Aurora si sente male

(continua da "Il primo attacco di panico")

Io ho avuto gli attacchi di panico, non molti, non frequenti, ma terribili.

Non so perché mi vengano, forse perché vengo da una famiglia di persone ansiose (dicono che c’entri la genetica, dicono che esiste il gene dell’ansia, dicono), forse perché sono insicura e mi agito. Non lo so.

Mi è perfino capitato di pensare che un giorno diventerò pazza, e questi sono i primi segnali.
Che angoscia!

Il mio primo attacco di panico mi è venuto a scuola, o meglio, all’università.
Era un periodo difficile per me, un periodo di forte stress. Ero sempre stanca, e triste, poco gratificata dalla mia vita. In corso, brava studentessa, mancava poco alla laurea. Dovevo ancora sostenere tre esami, la tesi procedeva bene, tutto come previsto dalla mia tabella di marcia. Eppure non ero contenta, forse il carico di lavoro mi deprimeva, ma sapevo che avrei conosciuto tempi migliori.

Frequentavo le lezioni mal volentieri, non desideravo stare in compagnia, preferivo le giornate in cui stavo a casa. Insomma ero un po’ depressa…

Era un giorno come gli altri, in cui ero più arrabbiata del solito. Mi chiedevo come era possibile che Patty mi abbandonasse a Capodanno. Patty, quella che da una vita reputavo la mia migliore amica, aveva deciso di trascorrere il 31 con quell’antipatica di Emilia e le sue compari. Peccato che la cara Patty precedentemente aveva detto di volersi unire a me, a Lorenzo e ai suoi amici. Avevo già parlato con Lorenzo per prenotare l’albergo in montagna, ero contenta che venisse anche Patty perché io con gli amici di Lorenzo non avevo molta confidenza (la timidezza!).

La mia "amicona" mi aveva comunicato del suo cambiamento di programma per caso, la sera precedente, durante una delle nostre lunghe telefonate.
Ero davvero irritata dal suo, come dire, opportunismo?

Insomma, mi pareva che stesse con me finché non c’era di meglio. Mi ero arrabbiata, ma lei aveva sminuito la cosa. Io pensavo che in quel modo con quella che definisci la tua "migliore amica" non ci si debba comportare. Insomma, opinioni contrastanti sulla buona educazione.

In preda a questi pensieri, e alle solite preoccupazioni da brava studentessa, mi recai all’università. Dovevo seguire una lezione, dovevo mettere la firma di presenza, dovevo andare (maledetto senso del dovere!). Non mi sentivo in forma, la notte avevo dormito poco per il nervoso (accidenti a Patty, accidenti a me che me la prendevo), e non avevo voglia, pochi giorni prima delle vacanze natalizie, di andare in città dove il mondo si sarebbe riversato alla ricerca di doni. Durante il viaggio iniziavo ad avere quel fastidioso mal di pancia che da qualche giorno mi perseguitava, di cui proprio non capivo la causa (mai avuti problemi di pancia fino ad allora). Entrata in aula mi accomodavo vicino a Roberta, impegnata a chiacchierare con una tizia seduta la fila avanti. Soliti discorsi: pettegolezzi sui professori, dritte sugli esami, quanto ci manca al traguardo…

Arrivava l’assistente, si chiudevano le porte.
Iniziava la lezione, faceva molto caldo, non mi sentivo bene. Il mal di pancia aumentava e il cuore batteva forte forte.

Non sapevo cosa mi stesse succedendo, mi girava la testa, mi mancava l’aria. "Sarà sicuramente la pressione bassa", pensai (in genere ho la pressione bassa, ma non mi è mai capitato di svenire). Per fortuna avevo una bustina di zucchero in borsa. Roby si era accorta che ero un po’ "strana?", si interessava al mio stato. Le dicevo che non stavo bene, le chiedevo se ero pallida. Lei sosteneva che ero un po’ arrossata in volto, ma non sembravo malata. Che strano!

Non sapevo perché ma avevo paura, tanta paura, mi pareva di tremare, avrei voluto scappare via, ma cosa avrebbero pensato gli altri? Se ne sarebbero accorti tutti, nessuno era mai uscito dall’aula durante la lezione, era una stanza piccola, bisognava passare davanti a tutti prima di uscire.

Non sapevo cosa fare, avevo voglia di piangere, ma dovevo resistere almeno fino alla pausa. Provavo a respirare profondamente, il mio malessere si attenuava, ma poi ricominciava di nuovo tutto.

Il tempo non passava, "quanto durerà tutto questo?" era l’unica cosa che mi interessava sapere.
Provavo a scrivere qualche appunto, magari mi sarei distratta dai pensieri negativi, ma non ce la facevo, non riuscivo ad ascoltare ciò che diceva quell’assistente antipatica. Ero concentrata su di me, sulle mie sensazioni, non mi importava di nient’altro, in quel momento esistevo solo io. Avrei voluto essere da un’altra parte, a casa mia.
Finalmente la pausa, che sollievo!

Uscita dall’aula, respiravo una boccata d’aria fresca. Forse, dopo la pausa, sarebbe andata meglio, ma non volevo più stare lì, volevo tornare a casa. Rientrata in aula, prendevo la borsa, il quaderno, salutavo velocemente Roberta, ero fuori. Mi sentivo sollevata, stavo andando a casa. Ma non era finita, ero ancora spaventata, cosa mi stava succedendo? Mi chiedevo se sarei riuscita ad arrivare a casa. Dovevo guidare nel traffico del tardo pomeriggio, c’erano già le code ai semafori, desideravo passare davanti a tutti.

Lo stare ferma in coda mi agitava, possibile che i semafori fossero tutti rossi? Uscivo dalla città, la provinciale era scorrevole, stavo andando a casa, ora stavo meglio, ce la potevo fare.È passato qualche anno dal mio primo attacco di panico, ma lo ricordo bene, perché ci ho pensato tanto, perché l’ho raccontato ad alcune persone, ma è la prima volta che lo scrivo.

Desideravo che qualcuno leggesse la mia esperienza, perché sapere che non si è gli unici a provare alcune sensazioni aiuta, fa uscire dalla solitudine, dal sentirsi diversi.

In seguito ti racconterò cosa è successo dopo questo episodio.
(continua con l’articolo "La paura della paura")

Aurora

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