Dal buio al tepore serale

Dal buio al tepore serale "Eccessi".

Questa parola potrebbe riassumere la mia vita, dall’adolescenza ai 27 anni.
"Donne", "amici", "Alcol", "Psicofarmaci" e poi il buio.
All’inizio mi sentivo forte ma andando avanti non provi più piacere: caddi in un barato.
In questo baratro c’è buio e si è in compagnia dei fantasmi che sono invisibili, ma tengono compagnia in quelle notti insonni di paura, in cui ti senti estraneo di te stesso perché non sei lucido.

All’inizio si beve per rilassarsi, e funziona! I problemi spariscono, ma andando avanti si comincia a soffrire e si sente la solitudine.
Mi spaventava anche la compagnia di quelli che come me erano caduti nel baratro perché se mi sforzavo di smettere, loro potevano indurmi in tentazione.
Si tratta di persone simpatiche ma purtroppo sono senza un lavoro, passano le giornate in allegria, ma quell’allegria ad un certo punto della vita sparisce ed inizia il baratro.

Quando toccai il fondo, mia sorella mi accompagnò ad un gruppo di alcoolisti.
Mi ricordo che, dopo alcuni tentativi, riuscii a dire il fatidico mi piace "il vino rosso".
Davanti a me c’era una persona che ad ogni frase che pronunciavo faceva cenni di approvazione con il capo, come se avesse vissuto a sua volta la mia stessa esperienza.

Il cammino di guarigione è stato faticoso ma per fortuna ho avuto vicino tante persone. Il primo un anno mi sembrava di impazzire.
A casa stavo male, mi recavo in ospedale dove, per calmarmi mi iniettavano sostanze a me sconosciute, più ero spaventato e più dicevo "ancora dottore per favore". In seguito, iniziai a fare alcuni percorsi terapeutici, ma non ero un bravo paziente!
Finii col confessare al mio psichiatra che avevo ricominciato a bere, nonostante prendessi psicofarmaci.

Dopo questo, fui inviato al SERT, tramite il quale trovai sistemazione in una comunità alloggio. Si pensava fossi un soggetto pericoloso.
Lì vissi per un anno.
Mi sentii accolto e imparai a badare a me stesso. Cucinavo, mi occupavo della casa, ma avevo paura di ciò che esisteva fuori dalla comunità.
Ricominciai a lavorare, diventai più forte.
Avevo paura, cercavo ogni giorno il sostegno di un familiare, ancora oggi ogni tanto ne sento il bisogno.

Dopo la comunità, dopo la terapia, riuscii a tornare nel mio appartamento, in periferia.
Era scomodo arrivare in centro, che mi faceva paura, come se dovessi andare in una città assediata. Ricordo che passai la prima notte nel mio appartamento sulle doghe del letto con un lenzuolo, anche se era inverno.

Dopo qualche mese, mi assalirono i ricordi del passato e sentii il bisogno di scrivere le mie emozioni. All’inizio, non avendo fogli, scrivevo su ciò che capitava: sui contenitori alimentari di cartone, i tovaglioli di carta…
era l’unico modo per esprimere il mio dolore e la mia ansia. Passavo ore e ore a scrivere le sofferenze che avevo dentro.

I terapisti mi hanno dato dei consigli, ma ho dovuto trovare da solo dei modi per esternare la mia sofferenza: scrivere ha funzionato.

Ho scritto tanto e non ho riletto quello che ho scritto.

Ora, se mi guardo indietro posso affermare che il sostegno psicologico è un aiuto, ma la battaglia bisogna combatterla da soli, per vincerla.

Purtroppo un pensiero così emerge solo adesso, in un momento di tepore serale dove regna la calma.
So di avere ancora molta strada da fare perché domani il tepore serale sia migliore di quello di oggi…
nonostante i tanti sforzi, nonostante sia passato molto tempo, le tentazioni e i momenti difficili esistono ancora.

Luca

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