Il lutto e le sue fasi

Il lutto è un’esperienza legata alla perdita, non necessariamente alla morte.

Essere in lutto significa soffrire perché si è arrivati alla fine di qualcosa: un progetto, una relazione, un desiderio che non si realizzerà mai, la comunicazione di una malattia, la nascita di un figlio handicappato che fa concludere il sogno di avere un figlio normale.

Le fasi del lutto sono simili in tutte le culture, la prima fase è sempre lo shock, l’ultima è sempre la reintegrazione, mentre le fasi intermedie possono non seguire un ordine fisso e interscambiarsi tra loro.

  • Shock: si ha la sensazione di avere preso un pugno nella pancia, ma si prende il distacco emotivo da quel che è successo. Il corpo porta delle sensazioni, che vengono avvertite in modo attenuato. Lo shock dura due-tre giorni, difficilmente di più. Nel caso di un decesso, si arriva al funerale in caso di shock, e in seguito ci si colpevolizza per non avere sentito il dolore. In ogni famiglia c’è sempre una persona, chiamata "maestro di cerimonia" che non si può permettere di essere in fase di shock, è lui che organizza il funerale.
  • Disorganizzazione: si gira a vuoto, si dimenticano le cose, non si pianifica e non si portano a termine i compiti. Dura una settimana.Aggressività: può essere rivolta contro sé stessi: "non ho capito, non gli davo retta quando diceva di stare male"; gli altri: "i medici non hanno saputo impedire la morte"; il morto "verrebbe da dirgliene quattro per il caos in cui mi ha lasciato"; Dio (è doloroso perché viene a mancare il sostegno della fede). In questa fase non ci sono sensi di colpa.
  • Invidia: può essere intollerabile per una giovane vedova vedere una coppia di anziani, o per una mamma di un bambino down vedere un bambino normale.
  • Vergogna: ci si può vergognare della tristezza che si potrebbe portare agli altri. Ci si può vergognare di essere chiamato "vedovo", o di iniziare, dopo qualche mese, a desiderare una nuova persona.
  • Negazione: "non è morto, è partito!". Si nega il proprio dolore, "tanto prima o poi passerà". A volte, si parla con il defunto, non ci si siede sulla sua sedia, non si buttano via i suoi oggetti.
  • Ricerca: attraverso medium o cartomanti si cerca di parlare con chi non c’è più. Capita soprattutto a chi ha perso dei figli dai due-tre anni in su.
  • Razionalizzazione: si prova a dare una spiegazione all’inspiegabile, ad esempio: "Dio prende i migliori".
  • Colpa: permette di pensare ad un mondo ideale in cui, non avendo fatto alcune cose, il defunto sarebbe ancora vivo. Questo può aiutare a sentirsi meglio.
  • Depressione: è un normale correlato al lutto, può durare molto tempo. La persona ha diritto ad essere triste, ha senso di impotenza, disperazione, colpa. Se la depressione supera i sei, dodici mesi, non è più considerata normale ed è il caso di chiedere aiuto.
  • Identificazione: si decide di aderire a specifiche associazioni (malati di cancro, genitori di bimbi con handicap…).
  • Reintegrazione: è un processo lento, la persona inizia a stare meglio. Ci si può sentire in colpa perché si sta smettendo di soffrire, ci possono essere delle ricadute.

Alessandra Banche

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