Il borderline

Un tempo, il termine borderline veniva usato dagli psicologi per indicare una vasta gamma di patologie poco chiare che, per via delle manifestazioni, non erano classificabili come psicotiche ma, data la gravità, non erano neppure nevrosi.

La parola borderline era utilizzabile per etichettare qualsiasi malattia mentale poco chiara e difficile da curare.
Attualmente la diagnosi di disturbo borderline di personalità è attribuita ad una patologia specifica per cui esistono protocolli di cura psicoterapeutica e possibilità dal punto di vista farmacologico.

I tre quarti dei pazienti sono di sesso femminile e sembra che un’infanzia difficile, costellata di abusi, sia uno dei fattori che accomuna le malate.
Sono caratterialmente molto difficili, danno l’impressione di vivere per instaurare una relazione esclusiva con una persona.
Mettono sempre alla prova gli altri, per capire se si possono fidare, col risultato di stancare e allontanare i conoscenti.

Il loro partner è amato e odiato, osannato e denigrato, adorato ed insultato a seconda dei momenti: non è certo semplice avere una fidanzata di questo tipo! Queste donne sono terrorizzate dall’idea di essere abbandonate dalla persona che amano perché, nonostante il rapporto burrascoso, sono molto dipendenti dall’altro. Se, per qualche motivo (anche immaginato) temono di essere lasciate, la paura della solitudine le può portare a dei comportamenti dimostrativi autolesivi, come tagliarsi, bruciarsi, graffiarsi.

In momenti di stress possono addirittura perdere il contatto con la realtà e vivere brevi episodi psicotici.

Il rischio di suicidio è piuttosto elevato.

Sono pervase dalle emozioni: è come se provassero costantemente una rabbia intensa, un’angoscia profonda e difficile da descrivere. Riferiscono di sentirsi depresse, ma loro con il termine depressione non indicano tristezza, ma piuttosto noia, senso di vuoto, solitudine.

Si tratta di persone molto impulsive che non riescono a trattenere quel vortice interno che le attanaglia. A volte si lasciano andare a comportamenti autodistruttivi, quali abuso di alcool o di sostanze, guida ad alta velocità, sessualità promiscua, abbuffate alimentari. Ricercano l’ebbrezza per placare il tumulto interiore.

Si tratta di persone che soffrono molto, e che non riescono ad uscire da questo circolo vizioso della sofferenza.

Una trattamento farmacologico con antidepressivi, stabilizzatori dell’umore o neurolettici, associato ad un lungo intervento psicoterapeutico, offrono la possibilità a questi pazienti di migliorare la loro condizione.

Alessandra Banche

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