La terapia cognitiva di Beck

Aaron Beck può essere considerato il fondatore della teoria cognitiva.
All’inizio della sua carriera come psicologo curava i malati di depressione con la terapia freudiana ma non era soddisfatto dei risultati raggiunti.
Dalle sue ricerche emerse che sarebbe stato più adeguato un lavoro di analisi dei processi cognitivi che originano i pensieri negativi.

Beck, grazie alla sua esperienza clinica, poté constatare che le persone depresse hanno una visione costantemente negativa di sé, del futuro e del mondo.
Ogni volta che si presenta una difficoltà, la persona, in modo automatico, attiva dei pensieri negativi, innescando un processo per cui seguono anche emozioni spiacevoli e comportamenti non adeguati.
Per illustrare questo processo Beck faceva questo esempio:
immaginiamo che una persona sia sola in casa di notte. All’improvviso sente il rumore della finestra che sbatte.

Ognuno interpreta l’evento in base alla visione che ha delle cose:
se si tratta di una persona ansiosa penserà che un ladro sta tentando di entrare in casa, e avrà molta paura (emozione).
Si muoverà alla ricerca di un oggetto per spaventare il ladro (comportamento).
Al contrario, una persona non ansiosa penserà che è stato il vento a provocare il rumore e, infastidita (emozione), si recherà a chiudere la finestra (comportamento).

Si può vedere che lo stesso evento ha effetti assai diversi su due persone che hanno una differente visione delle cose.

Nel corso della terapia il cliente ed il terapeuta collaborano nell’analisi dei pensieri che destano preoccupazione.
Il cliente viene addestrato a valutare le proprie convinzioni come se si trattasse di ipotesi, e non come certezze (cosa che lui è solito fare!).
In seguito alla riflessione, il cliente si accorge che il suo modo di vedere le cose è solo uno dei possibili, e, prendendo in considerazione alternative ad esso, modifica la sua ipotesi iniziale qualora non risulti plausibile a spiegare le cose.

Il cliente impara ad automonitorarsi registrando quotidianamente i pensieri disfunzionali e si allena a metterli in discussione.
Egli dovrebbe sapere rispondere a tre domande:

  • Qual è la prova a favore e contro la mia credenza?
  • Quali sono le interpretazioni alternative dell’evento?
  • Se il mio pensiero fosse corretto, quali sarebbero le conseguenze?

Dopo un attento lavoro in genere ci si accorge che i pensieri disfunzionali che causano sofferenza sono tra loro coerenti perché essi sono generati da strutture meno accessibili alla coscienza, strutture che Beck ha denominato schemi. Questi schemi si sono sviluppati nel corso di anni, non è semplice modificarli, ma è da qui che parte la sofferenza del paziente.

Il lavoro cognitivo andrebbe sempre affiancato a quello comportamentale.
La persona depressa va infatti spronata ad agire, in quanto la sua sofferenza gli impedisce di fare qualunque cosa. Per questo, il terapeuta da alcune prescrizioni, ad esempio osservare il proprio comportamento, portare a termine alcuni piccoli compiti quotidiani, programmare attività piacevoli…

La terapia cognitiva sembrerebbe avere un effetto preventivo, oltre che curativo: il cliente diventa abile ad applicare la tecnica a molti altri ambiti della sua vita, ogni volta che un pensiero irrazionale si presenta, evitando così spiacevoli reazioni a catena che andranno a coinvolgere anche le emozioni.

Alessandra Banche

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