Cuori violenti

Pier Paolo Pasolini dichiarava:
“Se un bambino sente che non è amato, desiderato, ascoltato, inconsciamente decide di ammalarsi e morire.”

Le cronache dei giornali, portano alla ribalta, quotidianamente, episodi di violenza commessi dai minori.
Qualcuno dice: “É tutta colpa dei genitori”; “Oggi gli permettono tutto ai figli”… “Dovrebbero punirli di più quei mascalzoni”.

Ma sono queste le uniche risposte che abbiamo?
Perchè, ad esempio, nelle scuole italiane è maggiore il fenomeno del bullismo?
All’Italia spetta, infatti, il primato europeo; solo nelle scuole elementari si verifica il 45 % degli episodi di violenza tra coetanei.
Questa violenza gratuita è frequente tra maschi, ma è in aumento anche tra le femmine, anche se, in quest’ultimo caso, la violenza ha connotazioni più psicologiche che fisiche.

Molti si chiedono “perché”? Un bambino non nasce violento.

Ognuno di noi apprende qualsiasi informazione proveniente dall’ambiente; i giovanissimi apprendono la paura e anche gli strumenti per difendersi.
Tutto questo non avviene per strada, nelle sale giochi o nei bar, ma nei luoghi dove i minori dovrebbero apprendere il senso civico e la legalità: nelle scuole, in famiglia. Quindi, quali sbagli sono stati commessi in campo educativo?

Io credo che bisogna capire maggiormente le tappe evolutive dei nostri ragazzi, ma farlo attraverso lo sguardo dei cambiamenti che avvengono nella nostra società. Oggi esiste uno strappo generazionale che coinvolge tutti; esiste una contrapposizione tra i valori tradizionali della famiglia di origine e i valori artificiali delle mode, di internet, della Tv.
Parlare di famiglie insane o di scuole poco attente ai bisogni dei ragazzi, rappresenta un campanello d’allarme che dovrebbe attivare risorse sociali che agevolino una comunicazione interrotta tra una realtà tradizionale (della famiglia) ed una realtà sempre più fittizia (la nostra). É importante, quando si parla di educazione, porre l’accento sul concetto di “responsabilità” rispetto a certi comportamenti; una volta esisteva l’oratorio, oggi nascono i centri di aggregazione giovanile; si pone la necessità di accrescere e investire in queste realtà, uniche fonti da cui progettare azioni, informazioni sulla legalità, la salute, la comunicazione tra pari.

Una politica sociale, dovrebbe impegnarsi e non allontanarsi da certe realtà devianti; è necessario curare in modo incisivo, delegittimando casi isolati di violenza minorile e confrontarsi direttamente con tutti i giovani che, probabilmente, necessitano solo di uno spazio di ascolto.
Purtroppo ciò è assente nella maggior parte dei contesti comunali in cui i ragazzi vivono. Il confronto con la stessa violenza, rappresenta una prova necessaria per la nostra realtà locale, altrimenti si finirebbe con lo stigmatizzare certi episodi, mostrando solo una nostra incapacità d’azione. Alla base, infatti, c’è una difficoltà a capire perchè i minori commettano atti violenti o vandalici.

Esiste una rimozione sociale di fronte a condotte di questo genere; un nostro meccanismo difensivo rispetto all’antisocialità.
I giovani, gli adolescenti preferiscono essere anticonformisti, piuttosto che adeguarsi a certe responsabilità, solo perché loro non sono ancora pronti. Non trasformiamo la comunità e le stesse famiglie in strutture vuote, sterili; non maturiamo nei ragazzi l’incapacità ad agire e a confrontarsi in modo efficace con la realtà dell’adulto.

I comportamenti violenti dei ragazzi sono “segnali” che ci vengono offerti, ma che noi non riusciamo o non vogliamo interpretare.
Nell’adolescenza, ad esempio, c’è una fase di crisi, che è naturale, passeggera, ma anche fisiologica.

Le famiglie, come anche gli insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno ai minori, non dovrebbero pensare solo ai doveri, ma fermarsi e rendersi più disponibili all’ascolto empatico, emotivo. In Italia nascono gruppi di autoaiuto, organizzati dagli stessi enti locali, che offrono l’opportunità di capire di più le tappe evolutive dei propri figli.

La trasmissione culturale (tradizionale), da genitori a figli, scompare e lascia il suo posto ad una cultura della fretta fatta di telefonini, internet e centri commerciali. Resta il fatto che anche “i bambini cattivi” hanno un cuore, ma è quello violento della realtà e dei loro cattivi maestri.

Pierdomenico Bradascio

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